Summit delle Nazioni Unite sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio

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Summit delle Nazioni Unite sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio

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Fonte: Inform@zione per lo sviluppo

Il Summit delle Nazioni Unite sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDGs), tenutosi a New York dal 20 al 22 settembre, ha adottato un piano d'azione che dovrebbe accelerare il progresso verso la realizzazione degli Obiettivi entro il 2015. All'indomani del Summit, tuttavia, numerosi esponenti delle ONG e della società  civile fanno notare come, dopo un decennio di impegni e nonostante milioni di dollari erogati in aiuti, la scadenza del 2015 rimanga un miraggio.

Emblematico è il caso del primo Obiettivo, ovvero dimezzare il numero di persone affette da €œfame cronica ed estrema povertà € in un contesto in cui, ricorda Luca de Fraia (ActionAid), dal 2000 ad oggi gli affamati nel mondo sono aumentati di circa il 10%. La FAO stima per il 2010 una riduzione del numero di affamati a 925 milioni, rispetto al livello record del 2009 (1 miliardo e 23 milioni). Ma nonostante questo dato positivo, che l'organizzazione attribuisce al miglioramento del clima economico e alla flessione dei prezzi alimentari registrata dal 2008, il numero dei sottonutriti rimane superiore al livello pre-crisi, e costituisce il 16% della popolazione nei paesi in via di sviluppo. Appare oggi difficile riuscire a scendere al 10% entro il 2015 come stabilito dal MDG1, e comunque, puntualizza la stessa FAO, di fronte alla crescita della popolazione mondiale (in larga parte trainata proprio dai paesi in via di sviluppo) una riduzione percentuale potrebbe mascherare l'aumento del numero assoluto di affamati nei PVS.

Il Summit di settembre ha visto l'impegno della Banca Mondiale ad aumentare il suo sostegno al settore agricolo fino a 6-8 miliardi, rispetto ai circa 4 del periodo pre-crisi, nell'ambito del suo Piano d'Azione per l'Agricoltura. Tuttavia, al di là  dell'assistenza finanziaria e di alcune iniziative nazionali €“ come quella promossa dal Cile per integrare il reddito delle famiglie pi๠vulnerabili €“ il Summit di New York non ha elaborato una strategia innovativa per far fronte a una sfida che appare sempre pi๠ardua. Nel comunicato finale non ha trovato menzione la proposta Sarkozy (sostenuta da tempo anche da molte organizzazioni della società  civile) di una tassa sulle transazioni finanziarie, che ha incontrato il favore dei paesi emergenti e della Spagna, ma non di Stati Uniti e Gran Bretagna. La proposta, che Sarkozy si è ripromesso di promuovere l'anno prossimo in veste di Presidente del paese ospitante del G20, darebbe luogo a una fonte di finanziamento alternativa e complementare rispetto ai fondi pubblici, il cui livello è considerato insufficiente a realizzare il MDG1 entro il 2015. A questo proposito, ActionAid sottolinea il ruolo marginale del contributo italiano: solo lo 0,16% del PIL dedicato all'Aiuto pubblico allo sviluppo, contro una media europea dello 0,44%, che rimane a sua volta inferiore all'obiettivo dichiarato dello 0,56%.

Secondo Andrea Baranes (Campagna per la Riforma della Banca Mondiale), €œUna micro tassa sulle transazioni finanziarie pari allo 0,05% del valore di ogni transazione sui mercati finanziari potrebbe generare su scala mondiale fino a 655 miliardi di dollari l'anno: una cifra importante per rilanciare le politiche sociali nel Nord e nel Sud del mondo nonostante gli effetti della crisi economica globale€. Sull'argomento si è espressa Vandana Shiva, intervistata da Cestas a margine del Summit, sostenendo che, data la latitanza di molti governi rispetto alle promesse fatte, integrare l'Aps con i proventi di una tassa sulle transazioni è indubbiamente una buona idea, ma non va neanche considerata una panacea. Il primo Obiettivo del Mil¬lennio, infatti, richiede un approccio che vada al di là  della mobilitazione di risorse in senso assistenzialistico. Secondo Shiva bisogna puntare a una €œdemocrazia alimentare€ che vada a toccare cause strutturali quali la speculazione sui prezzi dei beni alimentari, l'impatto negativo dei cambiamenti climatici sulla disponibilità  di cibo e le politiche neo-liberiste dei paesi sviluppati, i quali, sostiene Shiva, stanno smantellando i sistemi di welfare per i propri stessi cittadini, oltre a trascurare gli impegni di solidarietà  internazionale. Coerentemente con l'analisi della FAO, secondo cui la fame non è il risultato di un'insufficiente produzione alimentare mondiale, ma della sua sbilanciata distribuzione, Shiva sostiene la necessità  di puntare sulla sovranità  alimentare dei PVS tramite sistemi decentrati e diversificati di produzione. Questo significa svincolare gli agricoltori del Sud del mondo da costi insostenibili come quelli legati alla proprietà  intellettuale sulle sementi o all'uso di pesticidi e fertilizzanti; significa investire nel biologico e nella salvaguardia della biodiversità .

Indubbiamente, per elaborare una strategia che si riveli efficace in futuro, bisogna partire dalla constatazione degli attuali fallimenti: la stessa Banca Mondiale ha dichiarato che nel 2010 il numero di coloro che vivono in condizioni di estrema povertà  €“ ovvero con meno di 1,25 dollari al giorno €“ è aumentato di 64 milioni. Il dato è tanto pi๠allarmante se si considera che, stemperatisi gli effetti della crisi, il prezzo dei generi alimentari sta ricominciando a salire, e solo parzialmente a causa di raccolti andati male (come è accaduto di recente in Niger). Una delle radici del problema, sottolinea Afua Hirsch su The Guardian, è la crescente speculazione finanziaria, che ha visto aumentare di ben il 500% il numero dei contratti derivati sul mercato delle commodities solo nel periodo 2002-2008. A meno di elaborare approcci innovativi che vadano a colpire le cause strutturali del problema, stima il rapporto Scorecard di ActionAid, dimezzare il numero di affamati in Paesi come Burundi, Lesotho, DRC e Sierra Leone non sarà  possibile prima del 2050.

LA MANCANZA DI UNA VISIONE GLOBALE E DI UNA STRATEGIA CONCRETA
Quello che molti osservatori lamentano rispetto alle solenni dichiarazioni del documento finale del Summit è la mancanza di una visione globale: Joanna Kerr di ActionAid critica ciಠche definisce un €œpiecemeal approach€, una serie sconnessa di impegni finanziari senza un disegno strategico che faccia leva sull'interconnessione delle grandi sfide globali. Una di queste, a cui il Summit ha dedicato ampio rilievo, è la salute di donne e bambini, ovvero l'ambito nel quale si registra il pi๠grave ritardo rispetto agli Obiettivi del Millennio: ridurre di due terzi il tasso di mortalità  dei bambini sotto i 5 anni e di tre quarti quello delle madri. Le promesse profuse sono state significative in termini finanziari, ma non hanno aggiunto molto al quadro esistente, dal momento che gran parte dei 40 miliardi di fondi annunciati da Ban Ki Moon erano già  stati promessi in eventi precedenti, quale il recente G20 di Toronto. Inoltre, il direttore esecutivo del Fondo Globale per la Lorra all'AIDS, alla Malaria e alla Tubercolosi, a seguito della conferenza di finanziamento tenutasi sempre a New York il 5 ottobre, ha espresso delusione per l'insufficiente livello di contributi ottenuti in favore del Fondo (11,7 miliardi su 3 anni contro i 20 attesi), giudicati insufficienti a realizzare i MDGs e, in particolare, a debellare il fenomeno della trasmissione madre-figlio dell'HIV. Amnesty International sostiene che, anche in questo ambito, il Summit abbia rinunciato sin dal principio a prendere in considerazione le cause profonde della mancanza di progressi verso i MDGs, ignorando ad esempio il tema degli aborti insicuri, una delle principali cause di mortalità  materna.

L'incapacità  di fare i conti con i fallimenti passati ha anche fatto sଠche non si prevedesse alcun meccanismo per chiamare i governi a rendere conto del proprio operato rispetto agli impegni presi. Al di là  di un generico riferimento alla €œmutual accountability€ fra governi del Nord e del Sud, infatti, non si stabiliscono scadenze temporali precise, né sistemi di monitoraggio circa i risultati delle azioni intraprese. Il documento finale del Summit elenca una serie di principi-guida enfatizzando l'importanza della €œownership€ locale degli interventi, e incoraggia gli Stati a esplorare su base volontaria strategie innovative d'azione e di mobilitazione delle risorse, senza perಠformulare alcuna strategia condivisa di cooperazione fra governi del Nord e del Sud del mondo. Il CIDSE fa anzi notare come vi sia una sorta di €œpresa di distanza€ da parte degli Stati sviluppati rispetto alle proprie responsabilità  in tema di politiche commerciali, agricole, finanziarie e di cooperazione allo sviluppo, che invece tanta parte hanno avuto nel determinare le attuali situazioni di squilibrio globale. Ad esempio, il comunicato finale fa riferimento al controverso punto dell'Agenda di Doha in base al quale, nel 2005, i membri del WTO si sono impegnati a eliminare in maniera parallela qualsiasi forma di sussidio all'agricoltura entro il 2013. L'inserimento di tale impegno nel documento finale del Summit di New York è visto dalla direttrice del World Development Movement come l'ennesima forma di arroganza da parte dei governi dei paesi sviluppati, i quali si dicono disposti ad eliminare i propri sussidi soltanto a condizione di imporre lo stesso alle fragili economie dei paesi in via di sviluppo. Enfatizzare il ruolo dei PVS nell'assumere una maggiore leadership e nel pianificare interventi €œcuciti€ sulle specifiche necessità  dei propri contesti nazionali non dovrebbe oscurare il fatto che tali paesi, anche a causa degli effetti negativi delle politiche promosse in passato dalla grandi istituzioni finanziarie internazionali, devono oggi fare i conti con gravi carenze istituzionali, oltre che finanziarie.

Secondo Mario Pezzini, direttore dell'OECD Development Centre a Parigi, chiedere ai PVS di fare maggiormente conto su se stessi non puಠsignificare lasciarli da soli a perseguire i propri obiettivi di sviluppo. La comunità  internazionale dovrebbe aprire un dialogo sui sistemi di tassazione affrontando temi spinosi ma centrali quali il grave impatto dell'evasione fiscale in Africa, i paradisi fiscali (uno dei problemi trascurati nel corso dell'ultimo vertice G20) e il tema degli abusi perpetrati dalle multinazionali.